LA PIAGA DELLE BANDE GIOVANILI TRA FURTI, RAPINE, AGGRESSIONI

Affrontiamo un tema delicato che interessa in generale tutta Italia e, in particolare, Torino: le baby gang. Il fenomeno è in cima alla lista del tema emergenza giovani. Il Lockdown nel periodo di pandemia non ha, di certo, aiutato i ragazzi: il fenomeno è cresciuto e continua a crescere. Parliamo di ragazzi fuori dai circuiti scolastici, non intercettati dagli adulti e dalle istituzioni, che non studiano e non lavorano o si lasciano coinvolgere dal ‘branco’ nel contesto di episodi violenti, tra furti, aggressioni, minacce, atti di bullismo, risse, rapine.

Le baby gang a Torino (come in altre città) prendono di mira i centri urbani come pure la periferia: le zone più calde sono i quartieri Aurora, Barriera di Milano, Borgo Vittoria, Mirafiori.

Cosa spinge le bande giovanili a commettere reati spesso per motivi futili e fini a sé stessi?

Cerchiamo di rispondere nella nostra inchiesta sul fenomeno delle baby gang a Torino.

BABY GANG A TORINO: FENOMENO IN PERICOLOSA ESCALATION

Minacciano i conducenti sugli autobus, massacrano di botte per noia ridendo mentre accerchiano, riempiono di calci, pugni e minacce perlopiù coetanei per impossessarsi di un telefonino. Rapinatori nel tempo libero in cerca di emozioni forti ed estreme. Ai baby gangster piace pensare di essere il terrore di zona, si vantano di questo anche sui social network: non di rado, postano sui social i video delle loro attività con gli oggetti rubati, i cimeli delle loro notti brave. La loro è una visione distorta della realtà: gli autori di furti e rapine diventano modelli da ammirare e da emulare.

Il fenomeno delle baby gang preoccupa: è sempre più diffuso con un’escalation iniziata col nuovo anno.

Contando sulla forza del ‘branco’, gruppi di giovani intimoriscono singole vittime per rapinarle, non esitando a fare ricorso alla violenza. Le vittime sono in gran parte coetanei scelti a caso per strada. Vicende di questo tipo raggiungono l’exploit il fine settimana: colpiscono e poi fuggono in tram e in bus. Le vittime, temendo ritorsioni, spesso non denunciano.

Certi ‘leader’ di baby gang – generalmente appartenenti a famiglie di immigrati – agiscono senza timori per eventuali punizioni da parte della giustizia. “Chiama pure la Polizia, tanto non possono farmi niente” ha risposto Marouane El Messaoui, 20enne di origini marocchine residente nel Canavese, alla sua vittima che lo minacciava di avvisare le Forze dell’Ordine. In realtà, il 20enne accusato di due rapine rischia fino a 20 anni di carcere. Li rischia davvero?

BABY GANG A TORINO: PER LA MINORE ETÀ RESTANO IMPUNITI

La microcriminalità dei minorenni nordafricani è un problema serio a Torino.

Le Forze dell’Ordine li conoscono, più volte li hanno identificati insieme a certi indirizzi ricorrenti. Spesso li hanno condotti in commissariato o in caserma ed a volte li hanno arrestati” ha scritto Repubblica circa un anno fa. Tra loro, ci sono quelli che hanno preso parte a rapine con lo spray, quelli coinvolti nella tragedia di piazza San Carlo del 3 giugno 2017 con 2 morti e centinaia di feriti in occasione della finale di Champions della Juve in piazza. La banda incriminata è stata definita ‘banda fluida’, uno sciame di giovani criminali che si muove tra le vie di Torino senza essere notato: si forma e si scompone all’occorrenza.

Pusher di 12 anni, giovanissimi insensibili che si annoiano a rispondere al giudice di violenza di gruppo. Considerando la loro minore età, questi nordafricani resteranno impuniti.

La criminalità minorile non è in mano ad una gang ma, spesso, sono gli stessi nomi ad essere registrati negli atti giudiziari per rapine ed altri reati (porto abusivo di armi, resistenza a pubblico ufficiale, false generalità, ecc.).

I giovani teppisti colpiscono anche le scuole sottraendo computer come è successo alla scuola media Primo Levi ad ottobre dello scorso anno. Senza contare le guerriglie urbane e le maxi-risse come quella a Nichelino avvenuta a metà gennaio, organizzata via chat tra bande locali e gruppi rivali provenienti dal quartiere di Barriera di Milano. Nel 2021, soltanto a Barriera di Milano, sono stati registrati complessivamente 280 arresti

Gran parte delle baby gang sono composte da ragazzi di origini nordafricane, venuti in Italia da piccoli o nati nel nostro Paese. In genere, quando agiscono, sono in 15-20: formano un branco per incutere timore, per sopraffare le vittime. Le bande sono in competizione tra loro.

BABY GANG A TORINO: GLI ULTIMI DATI DELLA QUESTURA

Negli ultimi due mesi, la Questura di Torino ha identificato 150 ragazzi, con 131 denunce e 5 arresti.

A gennaio, in occasione della firma del nuovo Protocollo d’intesa per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo, Emma Avezzù (procuratrice per i minori di Piemonte e Valle d’Aosta) ha confermato che le baby gang si formano di volta in volta seppure con gli stessi protagonisti. “In genere, il bullismo è associato alla scuola ma con la pandemia si è trasferito in parte per le strade” e coinvolge soprattutto giovanissimi delle seconde generazioni.

Secondo gli ultimi dati della Questura di Torino, il 40% dei ragazzi identificati negli ultimi 2 mesi sono italo-marocchini di età inferiore ai 18 anni. Provengono da famiglie in difficoltà: rapinano per impossessarsi di ciò che i loro coetanei hanno e che loro non possono permettersi. Gli oggetti più ricercati e rubati dalle baby gang sono cellulari di ultima generazione, soldi, vestiti firmati.

La marginalizzazione e il degrado in cui versano le periferie di Torino si riflette pesantemente anche nella devianza giovanile.

MARCO CALÌ: “NON CHIAMATELE BABY GANG”, ECCO PERCHÉ

Marco Calì, dirigente della Squadra mobile della questura di Milano, nel mese di marzo ha spiegatoall’AGI perché il termine “baby gang” è sbagliato, fuorviante, riduttivo. In realtà, è un “fenomeno molto più complesso e fluido”.

Le gang sono strutturate, hanno codici, regole, zone di influenza e schemi precisi.

Le nuove bande giovanili multietniche si aggregano e si sciolgono rapidamente, sono gruppi “del momento” che possono formarsi anche dopo un primo approccio sui social.

Sono caratterizzate da iperaggressività: rapinano con una violenza estrema ed esagerata rispetto al valore del bottino. La loro logica si discosta dalla gang, è più simile al branco, si caricano aiutandosi con l’alcol e le sostanze stupefacenti, sono bulli che prendono di mira i più deboli e indifesi.

Il fenomeno interessa gruppi ‘misti’ (italiani e stranieri) che cercano un senso di appartenenza ambientale o sociale: cresce nelle grandi città (Torino, Milano, Roma, Napoli, ecc.) ma anche piccoli centri e periferie.

I social hanno un ruolo importante, un certo peso in tutto questo: i ragazzi si conoscono sui social e si danno appuntamento, magari per organizzare mega risse. Sui social si postano video violenti che, poi, i ragazzi vogliono emulare. Le restrizioni previste dalle misure anti-Covid hanno inciso non poco: hanno compresso la libertà individuale e la vita sociale, i ragazzi reagiscono dimostrando insofferenza ai controlli di Polizia ed alle regole imposte.

FRANCO PRINA CONFERMA: IL TERMINE ‘BABY GANG’ NON È CORRETTO

Franco Prina, docente di Sociologia giuridica e della devianza presso l’Università di Torino, è l’autore di un libro molto interessante: “Gang minorili”. Anche Prina contesta il termine ‘baby gang’.

Le gang giovanili sono gruppi di minorenni e giovani adulti aggregati in strutture stabili che gestiscono in modo organizzato attività delinquenziali. A Torino (come in altre città italiane) esistono bande di strada prive di organizzazione, leader, gerarchia, riti di accesso alla tradizionale ‘gang’. Non sono baby (14enni) ma adolescenti e ragazzi tra i 16 e i 19 anni e non sono gang perché non si tratta di gruppi strutturati. I gruppi sono misti, ovvero composti da stranieri e italiani.

I ragazzi provengono dai quartieri dove s’insediano maggiormente gli immigrati come Barriera di Milano, Aurora, San Salvario e città come Nichelino. I reati commessi da questi ragazzi sono di tipo predatorio: rubano ciò che non si possono permettere come un iPhone, lo status ispirato dagli adulti, dalla cultura consumistica secondo cui sei qualcuno solo se possiedi certi oggetti. Con le risse esprimono un bisogno di appartenenza, di affermazione.

EDUCATIVE DI STRADA A TORINO: BISOGNA POTENZIARE LA PREVENZIONE

Il sociologo Prina conferma il ruolo importante giocato dai social media spiegato da Marco Calì: i ragazzi cercano conferme ed approvazione sui social tanto da filmarsi mentre commettono reati per pubblicare i video. Non importa se la polizia li riconoscerà, devono esibirsi, vantarsi di ciò che fanno. Prina conferma anche la compressione sociale e di libertà individuale causata dal lockdown che ha inciso tantissimo sul fenomeno ed il bisogno di sfogo esagerato quando le restrizioni sono cessate. Quando sono potuti uscire, la loro rabbia è esplosa. Fanno gruppo, sfidano gli adulti e le istituzioni nel tentativo di costruirsi un’identità. Molti provengono da famiglie perbene ma provano rabbia in quanto si sentono emarginati, inseguono soldi facili, seguono messaggi veicolati in modo distorto dalla musica, dai social, dalla rete.

Soltanto con repressione e processi il fenomeno non si risolve.

A Torino ci sono poche educative di strada e di territorio in gran parte gestite dal privato sociale. Incontrano gruppi di ragazzi che si ritrovano in giardinetti. strade, piazze. E’ importante che i giovani incontrino adulti consapevoli, che non giudicano, preparati al dialogo, che offrano opportunità sportive, sociali, culturali.

Tra le educative di strada, ricordiamo Asai, il gruppo Abele, Save the children, Nomis (sostenuto dalla Compagnia San Paolo).

Secondo il sociologo Franco Prina, bisogna investire sui servizi sociali e di comunità, potenziare la risposta preventiva e le misure alternative al carcere. Sembra che il PNRR possa far ripartire le assunzioni ed aumentare le risorse in questo senso. A gennaio il sindaco di Torino Stefano Lo Russo ha annunciato fondi Pnrr destinati al contrasto delle baby gang attraverso l’attivazione di iniziative legate all’educativa di strada, al mondo della formazione e di supporto psicologico pubblico gratuito.

Francesco Ciano
Francesco CIANO